La Generazione che non sapeva più aggiustare gli orologi

Sono nato in un Paese di 6000 abitanti, quelli in cui i bambini nati lo stesso anno formano un’unica classe di scuola, il barista – dell’unico caffè presente – è il tuo migliore amico e la mamma non ha bisogno di accompagnarti a scuola, perché sa che dai balconi i vicini ti scorteranno silenziosi con lo sguardo fino all’ingresso dell’Istituto. 

Ci sono nato, poi, in anni moderni, sì, ma in certi posti la modernità arriva piano piano, diluendo in anni l’impatto – sempre rivoluzionario – che ha invece spesso immediatamente nei grandissimi centri. 

Leandro – almeno per gli amici – questo non lo sapeva e imperterrito, per tutti gli anni della mia infanzia, ha continuato ad aprire il suo negozio; lì ci aggiustava gli orologi. Mio nonno era un suo grande amico e quotidianamente gli faceva visita, all’imbrunire, quando la piazza, l’unica del Paese, si popolava di anziani, dei loro racconti e delle loro nostalgie. Spesso si incontravano per chiacchierare, mio nonno e Leandro, spesso invece mio nonno diventava cliente, senza svestire i panni dell’amico, e a Leandro chiedeva una mano con quel suo storico orologio da polso, che ormai con gli anni iniziava a dare problemi. In quegli anni, in quei Paesi, si aggiustavano ancora gli orologi, anzi, a dire il vero, aggiustarli era proprio la normalità. 

Per mio nonno quello non era solo un orologio; certo, tracciava il tempo come tanti altri, ma in troppi episodi estremamente intimi aveva adornato il suo polso; era stato probabilmente lì negli abbracci più importanti, nelle strette di mano più significative e nelle carezze più sentite. Lì ancora aveva dovuto scontare ammaccature e graffi, quando, quelle stesse mani avevano battuto su un tavolo, chiuse a pugno per rabbia, o, conoscendo mio nonno, si era inumidito, nel tentativo di asciugare col polso delle lacrime dovute a un’emozione sempre difficile da identificare. 

Valeva la pena aggiustarlo, insomma. Valeva la pena vestirsi, uscire e portarlo a Leandro che, come sempre, lo avrebbe trattato con rispetto e perizia tali da garantirgli qualche altro mese di sopravvivenza, prima del prossimo check up. 

Ai nostri occhi, agli occhi di noi del presente tutto questo sembra assurdo. E probabilmente lo è, se consideriamo che la manutenzione di un orologio da polso costerebbe ben più di un acquisto nuovo di pacca. 

Solo la matematica, però, in questi casi potrebbe darci conforto. Spesso i numeri mascherano e nascondono la poesia di abitudini figlie di culture e valori ben più complessi e seri di quanto una prima analisi ci permetta di realizzare.

Noi oggi gli orologi li buttiamo e soprattutto non sappiamo più aggiustarli; in parte perché, è vero, non conviene; in parte perché non abbiamo più voglia di vestirci, uscire e percorrere tutta la strada fin da Leandro per poi aspettare che la manutenzione venga fatta e tornare per ritirare il quadrante. Ne ordiniamo semplicemente un altro, nella comodità, lo attendiamo a casa, ci arriva, lo indossiamo e per qualche tempo abbiamo anche la presunzione di identificarlo come “il nostro orologio”. Al primo graffio o alla prima défaillance, però, siamo pronti a sostituirlo di nuovo, con il marchio del momento. In fondo, in così poco tempo, di quanti abbracci, strette di mano, carezze, pugni potrebbe essere stato testimone questo orologio? Pochi ovviamente. Non ha nessun valore sentimentale, così come a stento ne avrà il prossimo. Gli condanniamo di non essere stato l’orologio indistruttibile che credevamo (anche sapendo che ciò fosse impossibile) e lo rinneghiamo nel nome dell’indistruttibilità del prossimo, anch’essa ovviamente utopia. 

È una nuova cultura la nostra, un modo di fare che non discrimina tra il quadrante degli orologi e il volto delle persone. La prima incomprensione – inevitabile – basta a convincere che forse quel volto è da cambiare, accecati dall’illusione che le prossime mani sapranno sempre mantenere le lancette a posto. 

Con l’eccezione del 2020, quando la pandemia ha quasi azzerato la vita lavorativa di ciascuno e con essa lo stress che ne deriva, l’ISTAT rileva che i divorzi in Italia dai primi anni 2000 sono stati costantemente in crescita; da solo 1/4 dei matrimoni complessivi nel 2008 alla metà nel 2022. Lo stesso trend ha seguito l’età media di coloro che invece convolano a nozze. Gli uomini che nel 2008 vedevano il loro 28esimo compleanno come il momento migliore per sposarsi, nel 2022 arrivano per la maggior parte a toccare le 32 candeline; le donne, dai 27 del primo decennio del millennio, hanno toccato quota 30 nel secondo. Il tutto ovviamente senza alcun buon auspicio, vista la stima che vede il 48% dei matrimoni sciogliersi per legge più che per morte, come vorrebbe la promessa inziale. 

Certo qualcuno potrà dire che cambiare orologio sia un nostro diritto. Magari non apprezziamo più i colori del vecchio quadrante, troppo eccentrici o troppo spenti per il nostro nuovo look. È giusto così e deve poter succedere. Resta il fatto, però, che il compito di un orologio sia quello di segnare l’ora e di farlo in maniera appropriata e precisa ed è solo questo a definirne l’affidabilità. Magari, poi, se fossimo disposti a concedergli del tempo, al nostro orologio, durante il quale renderlo costante caratteristica dei nostri abbracci, strette di mano, carezze, elemento integrante dei nostri pugni sui tavoli e naturale fazzoletto per le nostre lacrime, potremmo arrivare a pensare che in fondo anche i suoi colori e le tonalità che lo caratterizzano sono accettabili e poi con gli anni anche quelli sì saranno sbiaditi. Resta solo ciò che più è importante, la posizione delle lancette, il tempo e l’esatto momento che stanno segnando. 

Sono nato in un paese di 6000 abitanti e ho imparato il valore di aggiustare gli orologi, imperfetti, come tutti i rapporti umani. Il tempo lascia sopravvivere solo ciò che è importante e importanza è donata solo a ciò che è resistito nel tempo, tra difficoltà, amarezze e sacrifici.